Defibrillatori più efficaci insieme al «massaggio» cardiacoDefibrillatori più efficaci insieme al «massaggio» cardiaco

Defibrillatori più efficaci insieme al «massaggio» cardiacoDefibrillatori più efficaci insieme al «massaggio» cardiaco

La sopravvivenza dopo un arresto cardiaco aumenta se alla diffusione dei dispositivi si accompagna l’addestramento alla rianimazione. Dati di una ricerca durata cinque anni in 51 distrettiLa sopravvivenza dopo un arresto cardiaco aumenta se alla diffusione dei dispositivi si accompagna l’addestramento alla rianimazione. Dati di una ricerca durata cinque anni in 51 distretti

Ruggero Corcella
BLS
Catena Sopravvivenza
MEDIAGALLERY 2

Per aumentare la (bassa) percentuale di quanti sopravvivono ad un arresto cardiaco in luoghi pubblici - gli esperti lo definiscono extraospedaliero - , è meglio avere tanti defibrillatori sparsi sul territorio oppure tante persone che hanno seguito i corsi di addestramento alle manovre di rianimazione cardiopolmonare e all’utilizzo dei defibrillatori stessi? Una risposta di buon senso direbbe: entrambi.

I dati sulla sopravvivenza
E, soprattutto, direbbe che occorre comunque fare qualcosa, dal momento che oltre il 70% degli arresti cardiaci avviene in presenza di testimoni ma soltanto nel 15% dei casi viene iniziata la rianimazione. Non è tuttavia una domanda oziosa e gli specialisti continuano a cercare prove basate sull’evidenza scientifica a sostegno di una risposta. Così nelle linee guida 2015 sulla rianimazione cardiopolmonare, l’European Resuscitation Council ha ribadito che la diffusione dei defibrillatori automatici esterni sul territorio e le campagne di addestramento della popolazione alla rianimazione cardiopolmonare devono procedere di pari passo. In caso contrario, si rischia di non incidere in modo significativo sulla percentuale di quanti riescono a sopravvivere a un arresto cardiaco.

Importante insegnare le manovre salvavita
Alle stesse conclusioni arriva uno studio francese, coordinato dal cardiologo Eloi Marijon dell’European Hospital Georges Pompidou di Parigi, presentato al recente Congresso dell’European Society of Cardiology di Roma. I ricercatori transalpini hanno esaminato tutti i progetti di defibrillazione precoce sul territorio condotti in 51 distretti della Francia, in 5 anni e hanno poi incrociato i dati sulla disponibilità di defibrillatori in luoghi pubblici, con quelli delle persone formate per eseguire le manovre di rianimazione di base. Alla fine hanno messo in relazione questi dati con quelli relativi ai decessi per arresto cardiaco avvenuto al di fuori dell’ospedale. Risultato: «I tassi di sopravvivenza all’arresto cardiaco restano estremamente bassi», ha spiegato Nicole Karam cardiologa interventista allo European Hospital Georges Pompidou di Parigi. Non solo. A colpire gli studiosi sono stati il divario tra i diversi distretti sia come numero di persone addestrate, sia di defibrillatori disponibili, e, ancora di più, le percentuali di sopravvivenza: se in alcuni distretti questa è risultata pari a zero, in altri ha raggiunto quasi il 44%. «Si tratta di discrepanze che vanno ben oltre quello che ci aspettavamo», sottolinea Nicole Karam ». E non è tutto. La ricerca evidenzia come le aree dove si sopravvive di più sono quelle in cui è più ampia la quota di popolazione educata alle manovre salvavita e non quelle in cui siano disponibili più defibrillatori.

Due scuole di pensiero
«Anche se lo studio conferma l’effetto positivo dei progetti di defibrillazione precoce sul territorio — aggiunge Karam — , rivela pure un’eterogeneità enorme nella loro implementazione con investimenti non uniformi sia sotto l’aspetto della diffusione dei defibrillatori sia per quanto riguarda l’addestramento della popolazione. Inoltre, lo studio evidenzia come la diffusione dei defibrillatori automatici esterni non sia sufficientemente vantaggioso, se non in combinazione con l’addestramento della popolazione». Nelle intenzioni degli autori, la ricerca dovrebbe servire alle autorità di sanità pubblica per una migliore programmazione su un tema delicato e al centro di infinite “querelle” a livello internazionale e anche in Italia. Da noi si confrontano due scuole di pensiero: c’è chi, come l’Italian Resuscitation Council (Gruppo Italiano per la Rianimazione, Irc), ritiene imprescindibile abbinare l’uso dei defibrillatori alla conoscenza delle manovre rianimatorie e chi, come chi si è coagulato attorno al Progetto Vita di Piacenza (il primo progetto europeo di defibrillazione precoce sul territorio, lanciato 18 anni fa), sostiene invece che sia sufficiente l’addestramento all’utilizzo dei defibrillatori. «Il nostro punto di vista è che è vero che il defibrillatore esterno salva la vita, ma da solo non basta: ci vuole il massaggio cardiaco — sottolinea Giuseppe Ristagno, coordinatore del Comitato Scientifico di IRC —. Lo studio francese ci fornisce molti spunti importanti, che anche i nostri dirigenti locali e sanitari dovrebbero prendere in considerazione qualora decidano di investire verso le cosidette “città cardioprotette”».

Come procedere
«Sempre più spesso infatti molte città italiane si stanno vantando di tale appellativo e purtroppo il più delle volte si riscontra soltanto una fornitura e dislocamento di defibrillatori eccessivo e/o organizzato senza un criterio ben strutturato e/o supportato da un’educazione appropriata della popolazione. In alcune situazioni, ancora più paradossali, la popolazione viene istruita alla sola defibrillazione tralasciando le manovre di rianimazione cardiopolmonare». «Lo studio francese dimostra solo che non si possono mettere defibrillatori senza che la gente sappia che cosa siano e a che cosa servano — sostiene Daniela Aschieri, direttore medico di Progetto VITA —. Da questo articolo si evince quanto sia importante l’informazione sul defibrillatore e sulla sua localizzazione per la buona riuscita di un progetto che coinvolge la comunità. La presa di coscienza da parte dei cittadini fa la differenza. Non contestiamo l’utilità della rianimazione cardiopolmonare. Diciamo che oggi, grazie alla presenza dei defibrillatori, si può semplificare il metodo di training alla popolazione fino al punto di non insegnare la rianimazione se si hanno a disposizione molti defibrillatori sul territorio o in dotazione a poche efficienti pattuglie coordinate dal 118/112.».

Anche i bambini imparano a salvare una vita
L’Italia è uno dei pochissimi Paesi europei (assieme a Belgio, Danimarca , Francia e Portogallo ) dove l’insegnamento delle manovre salva-vita a scuola è un obbligo di legge. In altri sedici Stati, l’addestramento alla rianimazione cardiopolmonare è solamente raccomandato. Lo ha accertato uno studio pubblicato sulla rivista Circulation dallo European Resuscitation Council. Allo studio hanno risposto 27 dei 34 Stati interpellati. Esiste un’età minima per imparare le manovre di rianimazione cardiopolmonare? Almeno dodici anni, scrive lo European Resuscitation Council nella dichiarazione «Kids Save Lives» che l’anno scorso ha ricevuto il patrocinio dell’Organizzazione mondiale della sanità. «A questa età, i bambini sono più reattivi all’insegnamento — spiegano gli esperti di ERC — e una volta imparato, non dimenticheranno come salvare una vita». La conferma sembra arrivare da uno studio dei ricercatori dell’ospedale universitario di Vienna , presentato al recente congresso della European Society of Cardiology a Roma, che ha valutato proprio l’impatto di fattori come l’età e il sesso sulla motivazione e l’interesse nelle procedure di rianimazione. Dei 322 piccoli partecipanti l’età media era 10 anni e il peso corporeo 40 kg: l’80% dei ragazzi ha giudicato facile o molto facile effettuare le compressioni toraciche ritenendo inoltre che fosse importante sapere cosa fare per aiutare qualcuno in caso di emergenza.

Ancora due mesi per adeguarsi al decreto Balduzzi
I l 30 novembre prossimo, dopo la seconda proroga decisa dal ministero della Salute a luglio, entrerà in vigore l’obbligo del defibrillatore per le associazioni e le società sportive dilettantistiche introdotto dal decreto Balduzzi del novembre 2012. Come sottolinea Vincenzo Castelli, presidente della Fondazione dedicata al figlio Giorgio (morto a 17 anni sul campo di gioco per un arresto cardiaco) «1210 giorni per l’entrata in vigore di una legge sono spropositati e denotano scarsa attenzione. Purtroppo contano i fatti: dal 20 gennaio 2016 (data in cui avrebbe dovuto entrare in vigore la legge) ad oggi sono oltre 80 le persone decedute mentre praticavano attività sportiva, circa 500 dal novembre 2013».

Dicembre 2016 | © Corriere della Sera

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